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Paolo Fiorelli PESSIMA MOSSA, MAESTRO PETROSI a Urbino

09.02.2016

Paolo FiorelliPaolo Fiorelli
PESSIMA MOSSA, MAESTRO PETROSI

PRESENTAZIONE
Durante un torneo di scacchi, uno dei concorrenti favoriti alla vittoria viene trovato morto nella sua villa, ucciso a coltellate. Achille Petrosi, Grande Maestro della locale Confraternita scacchistica, avrebbe dovuto sfidare la vittima nello scontro al vertice. Turbato dalla morte del collega, Petrosi decide di indagare con le poche armi che possiede: una spiccata propensione al pensiero logico, una grande curiosità e una conoscenza profonda del proprio piccolo mondo. Muovendosi tra la sua Urbavia, un'amabile città del centro Italia, e Cannes, dove affronterà la partita della vita contro un terribile avversario, Petrosi cerca, esplora, interroga (e s'interroga). Lo aiutano Alexandra, una studentessa russa che fa la badante ma sogna di diventare campionessa, il sanguigno collega albanese Daxa, una mamma «generalessa» e molti, molti altri... Ne emerge un quadro di invidie, gelosie e rivalità, in cui la verità sull'omicidio si rivelerà sorprendente e paradossale.

BIO DELL'AUTORE
Paolo Fiorelli è nato a Milano nel 1971, ma è cresciuto nelle Marche, tra Pesaro e Urbino. Ha tre grandi passioni: i libri, gli scacchi e il cinema. Di quest'ultimo scrive ogni settimana per il giornale «Tv Sorrisi e Canzoni».


SEI DOMANDE ALL'AUTORE
Si fa presto a dire «giallo». Questo che tipo di romanzo giallo è? 
«Lo definirei un giallo giocoso. Del resto è incentrato su un gioco! Ci sono tocchi di commedia, insomma. E la soluzione dell'intrico sfiora il paradosso. Ma qui mi fermo, ho già detto troppo».
Come è nato il personaggio di Achille Petrosi, campione di scacchi e detective dilettante?
«Direi per generazione spontanea: poiché amo sia i gialli sia gli scacchi, era  inevitabile. In realtà le affinità tra un detective e un giocatore di scacchi sono così tante, che mi sorprende nessuno abbia creato questo personaggio prima di me. Ad accomunare le due figure è la sete di conoscenza, il bisogno di risolvere un mistero, la voglia di ricondurre il Caos a una nascosta Verità. Del resto, come ho anche scritto nel libro, ogni partita di scacchi non è forse un romanzo giallo in cui un Re viene assassinato, e bisogna capire come?
Se poi vogliamo entrare più nello specifico della personalità di Petrosi, potrei dire scherzando che gli ingredienti sono grosso modo questi: un po' di me, di mio padre e dell'amico e giocatore A., con abbondanti tracce di Tigran Petrosian (storico campione del mondo degli Anni 60), Bud Spencer e Paolo Conte...
Il migliore amico di Petrosi è Daxa, un maestro albanese arrivato fortunosamente in Italia, e ora ben integrato. Un inchino al «politicamente corretto»?
«No, uno spunto preso dal vero. Tornei e circoli sono pieni di ragazzi dell'Est che, forti della tradizione dei loro Paesi, spesso ci «massacrano» a scacchi. Mi colpiva il contrasto tra l'ammirazione che li circonda nei circoli, e i pregiudizi che devono affrontare appena mettono il piede fuori... Il personaggio di Daxa è nato così».
Perché gli scacchi riescono sempre a interessare i lettori? 
«Gli scacchi hanno una forza simbolica e un fascino letterario enormi. Ne hanno scritto autori come Zweig, Nabokov, Pontiggia, Maurensig... Potrei quasi dire che il romanzo a tema scacchistico è un piccolo genere in sé.
C'è persino un recente romanzo («Storia parziale delle cause perse» di Jennifer Dubois, Mondadori) dove è evidente il valore "mitico" che viene attribuito al giocatore di scacchi: la protagonista ne cerca uno per chiedergli, nientemeno, che cosa fare della propria vita!
Ovviamente l'aspetto simbolico è imprescindibile dal fascino degli scacchi, e nel mio romanzo è ben presente. Ma devo confessare che troppo spesso si intuisce che chi ha scritto questi libri non conosce davvero gli scacchi. Pochi, per esempio, sanno restituire la logica o i pensieri di un giocatore nella vita reale o durante un torneo. Ed è un peccato, perché sono molto affascinanti. Quello degli scacchi è un mondo misterioso, una specie di setta che i suoi affiliati difendono gelosamente. Un microcosmo con regole, tradizioni, valori tutti suoi. E io ho cercato di ricrearli fedelmente».
Perché ha chiamato i capitoli «mosse»?
Il sottinteso è che il libro stesso è costruito come una partita. È come se dicessi a chi legge: gioca una partita con me. Se osservi bene le mie mosse potrai trovare i pezzi del puzzle, cioè gli indizi che ho seminato in ogni capitolo, e alla fine risolverlo. E quindi vincere la partita».
Ma lei gioca a scacchi? E quanto è forte?
«Sono un giocatore di categoria "Seconda Nazionale". Diciamo che sono abbastanza forte da avere anch'io un punteggio internazionale e da poter partecipare a veri tornei agonistici: ma le mie soddisfazioni si fermano qui. Addirittura mi capita di affrontare anche dei Maestri. Con i quali, naturalmente, perdo sempre».

 

 

 


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